L'episodio esplora l'importanza inaspettata del tungsteno, un metallo critico per l'industria moderna, e la sua storia, inclusa la dipendenza dalla Cina. Viene poi raccontata la pionieristica avventura di Robert Goddard, che 100 anni fa lanciò il primo razzo a propellente liquido. Infine, il podcast risponde a curiose domande degli ascoltatori, dai capezzoli maschili al carburante dei razzi.
Ma, Outino, oggi iniziamo con una serie di domande secche. Sì, no? Un po' come fanno le commissioni del Senato negli Stati Uniti, al Congresso, sai che sono cattivissimi quando fanno le loro domande, e allora iniziamo subito. Cipolla nella carbonara, sì, no? No. Lievito madre per fare l'impasto del pane, sì, no? No, no, no. Addirittura quattro no. Zucchero nel caffè. No. Montagna? Sì. Mare? Mmm, no. Lavastoviglie? Sì. Riforma costituzionale della giustizia? Eh, così Megnetti, dichiarazione di voto, di ci vuole una scienza. No, questa più che altro è difficile. Molto, molto difficile. E non a caso al Post la stiamo raccontando per filo e per segno, con un podcast dedicato che Wilson, insieme a Francesco Costa e Valerio Valentini, e poi ha tanti approfondimenti che potete trovare sul sito, ma non è l'unica cosa che faremo in vista di questo referendum, anzi, diciamo pure a referendum poi votato. Eh, sì, perché tornano a grande richiesta le dirette del Post, anzi le dirette dal Post. Esatto, sì, la diretta dalla redazione del Post, infatti lunedì 23 marzo, quando saranno finite le consultazioni, seguiremo i risultati del referendum sulla giustizia con una diretta video, oltre che con il solito live blog sul Post che sarà sempre aggiornato con tutte le novità. La diretta video potrà essere vista sul canale YouTube del Post dalle 14:00 fino a sera e scopriremo insieme i risultati, capiremo i numeri, il loro significato, conosceremo anche meglio il funzionamento della giustizia e le conseguenze politiche del referendum che vinca il sì o che vinca il no. Potete iscrivervi al canale del Post di YouTube, così non vi perderete il momento in cui inizia la diretta, vi lasciamo ovviamente un link nella descrizione di questo episodio e poi comunque tranquille e tranquilli, se andate lunedì pomeriggio sul sito del Post, trovate tutto lì bello pronto, che vi aspetta per raccontarvi com'è andato il referendum.
Ora però, Outino, a proposito di sì, di no, eccetera, c'è una puntata da fare, sì. Eh, sì, e oggi parliamo di tutto quello che non sapevate di voler sapere sul Tungsteno, di un razzo antelitteram e di domande dalla quinta elementare. Io sono Beatrice Moutino. E io sono Emanuele Mignetti e questo podcast del Post si chiama "Ci vuole una scienza".
Nei giorni scorsi ci ha scritto Daniele, che lavora nel mondo delle lavorazioni meccaniche e ci ha raccontato che nel suo settore, e lo citiamo testualmente, ormai è ben evidente la crisi del materiale più importante. Attenzione. La mail ci ha incuriositi perché il materiale che Daniele definisce il più importante è uno di quelli generalmente molto poco considerati, no? Si parla di oro, di litio, di cobalto, di silicio, però il povero tungsteno non se lo fila mai nessuno, o meglio, diciamo che se lo filano nel mondo industriale, tanto che proprio nel periodo a cavallo tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026, il prezzo del paratungstato d'ammonio, che è un po' il prodotto di riferimento per il mercato, è aumentato del 557%, raggiungendo i 2.250 $ per tonnellata. E quindi ci siamo detti che valeva la pena approfondire e abbiamo scoperto un mondo che vogliamo anche condividere con voi perché ci siamo davvero infilati dentro questo argomento e a un certo punto non riuscivamo neanche più a uscirne, d'altronde Certo. trovate un podcast che vi propone un affondo verticale verticalissimo sul tungsteno, secondo me no, quindi Eh, beh, Miglietti affondo, cioè, è talmente duro e denso che voglio vederti un po' ad affondare, eh. Vabbè, dai, adesso era per dire, subito a fare le pulci. Vabbè, ok, tu lo sai che qui al Post non si dice mai niente per dire, parole giuste. No. No. No, lo so da 16 anni, in effetti.
Allora, il termine tungsteno deriva dalle parole svedesi tung, che vuol dire pesante, forse anche un po' onomatopeico, e sten, pietra, che è utilizzate originariamente per descrivere il minerale che poi oggi è noto come scheelite. Ma si è sviluppato nel frattempo anche l'uso di un altro nome, magari lo avete sentito, il wolframio, che è anche usato soprattutto in Germania e in Spagna e deriva dal tedesco Wolf Ram, che vuol dire letteralmente sporcizia di lupo. Questa denominazione è alquanto pittoresca e risale alle osservazioni dei minatori sassoni del Medioevo che avevano notato che la presenza di questo minerale scuro nei filoni di stagno ne ostacolava poi l'estrazione, mangiandosi il prezioso metallo come appunto un lupo predatore, quindi non era molto ben visto. La sua storia inizia formalmente nel 1758 con la scoperta da parte del chimico svedese Axel Frederik Cronstedt, che aveva scoperto un minerale pesante che in seguito sarebbe poi stato identificato come wolframite. 25 anni dopo, nel 1783, i fratelli spagnoli Juan José e Fausto Elhuyar riuscirono a isolare l'ossido di tungsteno proprio dalla wolframite e a ridurlo in forma metallica.
Per oltre un secolo dopo la sua scoperta il tungsteno rimase un materiale difficile da integrare nei processi industriali perché era fragile ed era impossibile da fondere con i metodi convenzionali. Una delle sue caratteristiche, forse la più peculiare, è infatti proprio il punto di fusione altissimo, il più alto di tutti i metalli. Servono 3.422 °C per fonderlo, quindi farlo diventare liquido, il che, di fatto, lo rende praticamente impossibile da fondere in condizioni non sperimentali, anche perché che materiali usi per fare il crogiolo? Eh, si fonde pure quello, insomma, quindi e quindi non ci riesci. Un bel dilemma, sì. In più è anche molto denso, 1,7 volte più del piombo e con una densità, diciamo, quasi identica all'oro. E la svolta dopo questa scoperta, anzi, oserei dire l'illuminazione Eh, no, Miglietti, ho capito dove vuoi andare a parare. Ti si è forse accesa una lampadina? Meno male che mi sei venuta dietro, allora, vedo che siamo in sintonia. Purtroppo, ovviamente poi per chi ci ascolta comunque arriviamo agli inizi del XX secolo con l'invenzione, ovviamente, della lampadina a incandescenza da parte di diversi scienziati e inventori che la perfezionarono nel tempo, come Thomas Edison, Willson, Swan e ovviamente il piemontese Alessandro Cruto da Piossasco, in provincia di Torino. Ecco, allora le lampadine all'inizio usavano dei filamenti di carbonio che funzionavano ma erano molto poco efficienti, facevano una luce giallina e soprattutto duravano poco perché il filamento si bruciava molto in fretta. L'idea di provare a usare il tungsteno venne a William David Coolidge, che faceva il ricercatore alla General Electric negli Stati Uniti. In fondo il tungsteno, come abbiamo visto, resiste a delle temperature che sono davvero alte e si sapeva già che da incandescente emetteva una luce molto chiara. Il problema però, come diceva anche prima Moutino, era lavorarlo per ottenere dei filamenti sottili da usare nelle lampadine. E Coolidge trovò il modo, si ispirò alle tecniche usate dai dentisti per fare le amalgame e miscelò la polvere di tungsteno con mercurio, bismuto, cadmio, insomma, alla fine ottenne una pasta che veniva poi scaldata e lavorata proprio per fare quei filamenti sottilissimi che tutti abbiamo visto nelle lampadine di un tempo. Insomma, prima che arrivassero i LED, altra passione di Megnetti e vi lasciamo anche un suo recente articolo sul Post che ne parla. Effettivamente sì, mi sono molto appassionato alla storia dei LED. Comunque, a proposito di lampadine, nella scorsa puntata abbiamo citato il neurologo e divulgatore scientifico Oliver Sacks a proposito delle sue dichiarazioni sull'importanza delle storie. E allora, a proposito di storie, Moutino, non possiamo non citare lo zio. Eh, sì, perché uno dei libri più noti di Sacks è autobiografico, si chiama proprio "Zio Tungsteno", dal soprannome che il giovane Sacks diede allo zio Dave, che lavorava per un'azienda chiamata "TungstaLite" che produceva lampadine a incandescenza proprio con un filamento di tungsteno. E lo zio era affascinato proprio dal tungsteno, credeva che fosse il metallo del futuro, ci sta simpatico questo zio. Sì, e in un certo senso forse c'aveva anche preso, perché è vero che oggi quelle lampadine non si usano più, perlomeno qui da noi, perché sono state sostituite dai LED che sono più economici e sostenibili, come dicevamo.
Però, al tempo stesso, le caratteristiche del tungsteno lo rendono indispensabile, come ci segnalava anche Daniele, per molti altri settori, quindi impieghi diversi da quelli delle lampadine. Circa il 60% del consumo globale di tungsteno è destinato alla produzione di carburi cementati, cioè di materiali che sono composti da particelle di carburo di tungsteno che vengono legate da una matrice di cobalto o di nichel. In questo modo si ottiene un materiale che è estremamente duro ed è fondamentale per tagliare, perforare o fresare qualsiasi cosa con una precisione davvero millimetrica. Per intenderci, gli utensili in carburo di tungsteno mantengono proprio la loro durezza anche a temperature che deformerebbero l'acciaio e questo li rende indispensabili per la lavorazione di leghe di titanio nel settore aerospaziale, come ben sa Megnetti, nella produzione di componenti automobilistiche, nelle trivellazioni petrolifere e minerarie, proprio perché bucano bucano bene e senza inserti in tungsteno l'efficienza di tutte le catene di montaggio globali diminuirebbe drasticamente, aumentando quindi i costi di produzione di quasi ogni bene che abbiamo intorno. La sua alta densità, come dicevamo prima, e la sua durezza lo rendono un materiale che è molto ricercato anche in ambito bellico, quindi anche qui siamo in piena attualità perché si usa per produrre dei proiettili che di fatto non esplodono all'impatto ma utilizzano la loro massa e la velocità proprio per perforare le corazze anche più pesanti. Però si usa anche per la costruzione di missili, di sistemi di guida, di motori, componenti di aerei militari, sottomarini, insomma, un po' dappertutto. E una delle applicazioni emergenti più significative riguarda la produzione dei pannelli solari. Il filo di tungsteno sta rapidamente sostituendo il filo d'acciaio diamantato per tagliare i wafer di silicio che poi andranno a costituire i pannelli. Nel 2025 la penetrazione del filo di tungsteno in questo mercato ha raggiunto, pensate, il 60%, partendo dal solo 15% del 2023. Poi ci sono tanti altri impieghi del tungsteno, ma anche solo gli esempi che abbiamo fatto rendono l'idea di come il tungsteno sia una di quelle materie prime che vengono chiamate critiche, cioè quelle usate prevalentemente nel settore industriale e dalla cui disponibilità dipendono intere economie nazionali.
Ed è proprio nella sua disponibilità che si incontrano poi i problemi maggiori perché il tungsteno non si trova in natura allo stato elementare, ma è contenuto in minerali come la wolframite e la scheelite che vengono estratti in miniere che sono concentrate perlopiù in Cina, come spesso accade con questi minerali. Secondo i dati del 2022 la produzione mineraria globale si è attestata a circa 84.000 tonnellate e la Cina ha contribuito per ben 71.000 tonnellate, quindi hanno un bel controllo anche di questo settore. E proprio il controllo cinese si estende poi oltre l'estrazione mineraria, interessa tutta la catena produttiva fino alla messa in commercio del paratungstato di ammonio, che è proprio quell'intermedio chimico che viene poi scambiato sul mercato globale. Di fatto è quasi un monopolio, costruito strategicamente proprio negli ultimi decenni attraverso sussidi statali ma anche politiche di prezzo molto aggressive che di fatto hanno reso antieconomiche quasi tutte le miniere di tungsteno che stavano al di fuori della Cina, portando alla chiusura del 98-99% di tutte le miniere occidentali in soli 6 o 7 anni. E c'era già stata una crisi del tungsteno, a proposito di eventi bellici, durante la Seconda Guerra Mondiale. In quel periodo era essenziale il tungsteno per la produzione di macchinari ad alta velocità e soprattutto per i nuclei dei proiettili anticarro che erano necessari a contrastare le divisioni corazzate tedesche. E visto che la Germania nazista era stata tagliata fuori dalle forniture cinesi dal 1941, la penisola iberica, quindi Spagna, Portogallo messi insieme, rimase l'unica fonte accessibile di wolframite in Europa. E gli alleati, che erano poi guidati dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, intrapresero una strategia di acquisto preventivo di tutto quel materiale a prezzi davvero astronomici, non perché ne avessero bisogno, ma per impedire che finissero nelle fabbriche dei nazisti che poi avrebbero potuto utilizzarli. L'impatto economico fu devastante per la Germania e incredibilmente redditizio per il regime spagnolo di Francisco Franco. Le entrate spagnole dalle esportazioni di tungsteno passarono da 73.000 sterline nel 1940 a 15 milioni di sterline nel '43, arrivando a rappresentare il 20% delle esportazioni totali del paese. Per forzare la Spagna a interrompere totalmente le vendite alla Germania, gli Stati Uniti arrivarono a imporre un embargo petrolifero totale nel gennaio del 1944, dimostrando proprio come il controllo delle materie prime, quelle critiche, fosse già allora legato alla diplomazia, diciamo così, energetica. Facciamo un salto in avanti di 80 anni e la crisi attuale è iniziata invece un annetto fa, nel febbraio del 2025, quando il governo cinese ha sviluppato un nuovo regime di licenze per l'esportazione di prodotti legati al tungsteno, citando delle preoccupazioni per la sua sicurezza nazionale. E a differenza delle vecchie quote, che erano basate sul volume, queste nuove licenze conferiscono alle autorità di Pechino un potere discrezionale che è totale su ogni singola transazione. E il risultato di tutto questo è stato che per tutto il 2025 gli importatori statunitensi hanno riferito di aver ricevuto zero licenze di esportazione dalla Cina, determinando una cessazione di fatto delle forniture primarie per l'industria della difesa americana. La combinazione di queste restrizioni e poi l'intensa domanda che derivante dai conflitti in corso ha spinto i prezzi ai livelli storici che non erano mai stati raggiunti e che stiamo vedendo in questo periodo. Come dicevamo anche all'inizio, il valore del paratungstato d'ammonio è aumentato del 557% in pochi mesi e ha messo le industrie in grandi difficoltà, non solo quelle belliche, ovviamente. Infatti Daniele nella sua mail diceva "Ma da dov'è nata tutta questa crisi?" È nata da lì. Si sta cercando a livello internazionale di contrastare il monopolio della Cina, con risultati che però al momento non sono ancora visibili e misurabili. Gli Stati Uniti hanno spostato il tungsteno proprio in cima alla lista dei minerali critici per la sicurezza nazionale, hanno investito 1 miliardo di dollari per accaparrarsi le scorte e hanno avviato dei progetti di estrazione e di lavorazione domestica, soprattutto nello stato del Nevada. L'Unione Europea ha risposto con un atto, come fa sempre l'Unione Europea, il Critical Raw Materials Act, che stabilisce degli obiettivi vincolanti per il 2030 per ridurre la dipendenza dai singoli fornitori. Di fatto è stato messo un tetto massimo al 65% di fornitura da una sola nazione per evitare, appunto, monopoli. Nel frattempo la Corea del Sud ha riaperto, dopo 30 anni di chiusura, una miniera enorme a Sangdong, che è una delle più grandi miniere del mondo e secondo le stime potrebbe da sola fornire il 40% della domanda globale di tungsteno fuori dalla Cina. Ma si stanno poi muovendo autonomamente anche gli altri che hanno il tungsteno in casa, insomma, quindi che hanno che hanno a disposizione il tungsteno sul proprio territorio, che magari invece per comodità ed economie avevano chiuso le loro miniere interne per comprare le materie prime dalla Cina, come l'Australia e il Vietnam. Mentre chi invece il tungsteno non ce l'ha, cerca il modo di recuperarlo dagli scarti e anche in questo ci sono diversi progetti di riciclo dei materiali proprio per l'estrazione di tungsteno, ovviamente anche di altre materie prime critiche. Insomma, con questa storia su un metallo che è davvero poco raccontato, ma in realtà poi è centrale nella nostra esistenza, speriamo di avervi dato anche qualche spunto di riflessione sul ruolo fondamentale che hanno in generale poi le materie prime nelle nostre vite e anche sulla fragilità di un sistema economico che è sempre più interconnesso, ma proprio per questo anche molto vulnerabile, perché se si inceppa un ingranaggio, si inceppano tutti gli altri.
Per scegliere gli argomenti e preparare le puntate di "Ci vuole una scienza", noi abbiamo un sistema di file, cartelle, elenchi, scalette, calendari condivisi, no? Che usiamo per prendere degli appunti e ricordarci magari le ricorrenze. Ah, quindi è il momento dietro le quinte del podcast? Sveliamo gli altarini? Più o meno, più o meno, perché su uno di quei file da settimane c'era questa cosa scritta da Mignetti, "Assolutamente anniversario Godard". E io per tutto quel tempo non ho detto niente, in generale tendo a non dire mai niente quando Mignetti scrive delle cose che poi magari invece parte, te le spiega e poi passano tre ore in un amen. Comunque, mi sono chiesta che cosa mai avremmo dovuto raccontare di scientifico su Jean-Luc Godard? Regista francese, famoso per la Nouvelle Vague e finisce qui la mia conoscenza. No, in effetti su di lui, diciamo di scientifico pochino, Moutino. Eh, appunto, appunto, per cui l'altro giorno, mentre preparavamo appunto la la puntata, io ho chiesto a Mignetti "Ma quindi sto Godard, dobbiamo parlare di cinema, ti vuoi agganciare agli Oscar, c'è qualche anniversario su sto Godard?" E alla fine ho avuto una risposta, anche se forse non era quella che speravo. Allora, ovviamente non parliamo di cinema, infatti, anche se è vero che c'era scritto Godard, per colpa del correttore automatico era scritto Godard, perché in realtà dobbiamo parlare di uno che ha il nome che gli somiglia ma con una D in più ed è Robert Goddard. Non era francese, non faceva il regista, però 100 anni fa fece una cosa veramente da film, Moutino. Dai, Mignetti, dilla, su, dilla tutta. Allora, sì, una cosa da film in cui, incidentalmente, c'entra lo spazio. Va bene, l'ho detto. Sono stata ingannata da una B di meno, no? Quindi inizio a sospettare che non fosse proprio il correttore, però però Però, va bene, ok, sospensione del giudizio. Comunque ormai, Moutino, siamo in ballo e allora balliamo. E allora, per capire che cosa fece di mirabile Goddard il 16 marzo di 100 anni fa, ed è lì che avevo quindi scritto la questione dell'anniversario, per di più in un campo di cavoli di sua zia ha fatto tutto questo, eh, mi stavo dimenticando, è meglio cominciare dall'inizio, e cioè dal 1882, anno in cui il nostro era nato a Worcester, che è una cittadina a 80 chilometri a ovest di Boston, quindi nel Massachusetts, ovviamente parliamo di Stati Uniti. Da ragazzino Goddard aveva letto i libri di fantascienza di diversi autori, compreso Jules Verne, e grazie ai loro racconti si era appassionato in generale alla scienza. Da adulto però avrebbe raccontato che un giorno si era arrampicato su un ciliegio, non so se per studiare la caduta dei gravi, e aveva immaginato come si potesse costruire un'astronave per raggiungere Marte. E forse era stato proprio in quel momento, no, che aveva capito che le esplorazioni spaziali, che all'epoca ancora non esistevano se non nei libri di fantasia, fossero la prossima frontiera per l'umanità e lui ci voleva stare dentro.
Goddard pensava allo spazio, però era uno coi piedi per terra ed era consapevole che se volevi andare lassù dovevi costruire un razzo che fosse potente a sufficienza per farlo. Dedicò quindi i suoi studi a questi argomenti, si laureò, si mise a insegnare fisica alla Clark University, ottenendo una cattedra quando aveva 31 anni. Insegnare gli piaceva fino a un certo punto e la cosa che lo attirava di più era fare esperimenti, proprio per provare a produrre razzi più potenti e governabili rispetto alle poche possibilità che c'erano all'epoca, d'altronde parliamo dei primi anni del '900, quando si inventavano le lampadine, più o meno. Esatto. E le possibilità, diciamo, per quanto riguardavano i razzi si riducevano sostanzialmente a una tecnologia, cioè quella dei razzi a combustibile solido, che in forme diverse erano in circolazione in realtà già da secoli. I cinesi erano stati tra i primi a sperimentare i fuochi artificiali, poi in alcuni paesi arabi era comparsa le prime armi rudimentali basate su quel principio già intorno al XIII secolo. E allora, come suggerisce il nome, usavano una sostanza solida per funzionare questi razzi, come la polvere da sparo oppure altri esplosivi. Era un sistema che funzionava su brevi distanze, però aveva un difetto, era molto difficile da governare. Infatti un razzo a combustibile solido non era molto diverso da un proiettile di una pistola, può essere acceso, ma non spento fino a quando non ha terminato tutto il combustibile. E a Goddard questa cosa non piaceva per niente, ovviamente. E non era l'unico a cui non piaceva. C'erano nello stesso periodo altri scienziati in Germania e in Russia che si chiedevano se ci fosse un modo migliore e se quel modo potesse passare dall'utilizzo di combustibili liquidi. L'idea era che così facendo i razzi fossero più facili da governare e anche poi da spegnere all'occorrenza, per esempio, una volta arrivati proprio alla quota desiderata in cielo. Inoltre, alcune sostanze come l'idrogeno liquido offrivano maggiore potenza proprio a parità di peso rispetto ai combustibili solidi. Goddard non disponeva dell'idrogeno liquido e pensò che per i primi suoi esperimenti si potesse accontentare della benzina. E così si mise a costruire il primo razzo.
Ora, noi siamo un podcast, non possiamo mostrarvelo, però immaginatevelo come lo scheletro di un razzo, un po' come lo disegnerebbe un bambino, no? Tracciando proprio solo i contorni. Eh, sì, in effetti era tutto molto spartano, ma per un chiaro motivo. Goddard sapeva che doveva costruire un razzo con una struttura che fosse leggera, altrimenti sarebbe servita molta potenza per farlo staccare dal suolo e si sarebbe ritrovato col problema di dover usare ancora più propellente per farlo muovere, quindi una massa eccessiva da montare sul razzo, insomma, un circolo vizioso. Quindi questo razzo era l'enunciato minimo di un razzo spaziale, però aveva già alcuni degli elementi che troviamo nei razzi di oggi, compresi quelli super tecnologici che oltre ad andare nello spazio, tornano anche da soli indietro, come quelli di SpaceX. C'erano due piccoli serbatoi sul razzo di Goddard, uno per la benzina e un altro per l'ossigeno liquido. Poi da questi serbatoi partivano dei tubicini che portavano queste due sostanze a un ugello. E l'idea era che la benzina vaporizzata si combinasse con l'ossigeno, producendo la fiammata che spingeva verso l'alto il razzo. A Goddard serviva però un posto poi per fare al sicuro il suo esperimento, anche perché, hai visto mai, poteva saltare tutto in aria, metti assieme benzina e ossigeno, eh, insomma. Ed è in questi momenti proprio di grande necessità che si vedono le vere zie. Io lo dico, tra l'altro, da fiera zia di due nipoti, per cui so di che cosa parlo. Goddard chiese a sua zia se poteva fare l'esperimento nel suo campo di cavoli a Auburn, ad una decina di chilometri di distanza proprio da Worcester. La zia acconsentì, come fanno le zie in genere di fronte a queste richieste, e quindi la mattina del 16 marzo del 1926, Goddard iniziò a montare una piccola rampa di lancio con la collaborazione di due assistenti e di sua moglie Esther, che doveva essere una donna molto, molto paziente. Intorno a mezzogiorno erano riusciti a montare tutto e l'intero accrocchio era alto più o meno 3 metri, proprio lì, nel bel mezzo del campo di cavoli, ancora innevato, d'altronde, insomma, era metà marzo nel nord degli Stati Uniti e quindi faceva ancora freddo. Fu accesa una fiamma, poi Goddard aprì le valvole proprio per far passare la benzina e l'ossigeno all'interno dei tubi e si allontanò molto velocemente. Per i primi istanti non successe un granché, anzi, sembrava quasi che l'esperimento non stesse funzionando, e poi però il flusso dall'ugello divenne più stabile e alle 2:30 del pomeriggio il razzo lasciò il suolo e raggiunse un'altezza intorno ai 12 metri, prima poi di deviare la traiettoria e finire al suolo a poco più di 50 metri dalla rampa di lancio, sempre nel campo di cavoli. È un campo molto grande. E insomma, il primo volo di un razzo a propellente liquido della storia era quindi durato all'incirca due secondi e mezzo. Eh, vabbè, ho capito, piccolo passo per l'umanità, eccetera. Esatto. Quello sarebbe arrivato più di 40 anni dopo, però di sicuro anche grazie a Goddard, che però in quel 16 marzo del '26 non sembrò essere molto colpito dal suo esperimento, tant'è che sul suo diario scrisse appena che il lancio era stato un successo. Poi evidentemente ci dormì sopra, il giorno dopo aggiunse altri appunti, scrivendo che quello che aveva realizzato nel campo di sua zia era probabilmente un punto di svolta nello sviluppo dei razzi, ed effettivamente aveva molta ragione.
In seguito Goddard fece altri tre lanci, sempre ad Auburn, arrivando a far raggiungere a un razzo circa 27 metri di altezza. Diciamo che per arrivare nello spazio gliene mancavano 99.973, però era comunque un buon risultato. Non fosse però che si dice i vicini iniziarono a lamentarsi dei suoi esperimenti, un filo esplosivi, un giusto un po' pericolosi e quindi Goddard dovette trovare un'alternativa. E qui, colpo di scena, Goddard si trasferì a Roswell, nel Nuovo Messico. Sì, proprio quella Roswell lì. E lì continuò con i suoi esperimenti, provvedendo al lancio di una trentina di razzi nel corso di alcuni decenni. La quota più alta che riuscì a raggiungere furono i 2 km e mezzo. Ma nonostante i successi in pochi compresero la portata di queste sue scoperte quando era ancora in vita, anche se collaborò con l'industria bellica statunitense negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Goddard morì nel 1945, lasciandosi alle spalle decine di brevetti che avrebbero poi fatto da base a molti degli sviluppi successivi dei razzi spaziali. Proprio quella Roswell lì. E infatti Wernher von Braun, che era l'ingegnere tedesco che collaborò allo sviluppo dei razzi V2 per i nazisti e che poi in seguito si trasferì negli Stati Uniti e lavorò ai razzi della NASA, rendendo possibile anche la costruzione di potentissimi sistemi per raggiungere la luna, ebbene, von Braun disse che probabilmente senza Goddard molti degli sviluppi nei primi tempi dell'ingegneria spaziale non sarebbero stati proprio possibili. Non è quindi un caso che uno dei maggiori laboratori della NASA sia stato intitolato a lui e si chiami appunto Goddard Space Flight Center. Un riconoscimento non da poco, sicuramente più lusinghiero del nomignolo Moonman, cioè uomo luna che gli avevano affibbiato quando aveva iniziato a fare i suoi esperimenti e nessuno credeva che potessero arrivare da qualche parte. Pare che fosse un po' permalosetto e che quel nomignolo lo avesse infastidito non poco, ma lo capisco.
Eh, sì, e tra l'altro il New York Times ha di recente raccontato la storia di Goddard per l'anniversario e ha anche ricordato che all'epoca era tra i giornali che lo avevano deriso, scrivendo che con i suoi esperimenti mostrava di non avere, citiamo testualmente, "le conoscenze impartite quotidianamente nelle scuole superiori". L'articolo del Times dell'epoca proseguiva dicendo che i razzi potevano funzionare qui sulla Terra ma non nello spazio, dove c'è il vuoto, perché non c'era nulla contro cui potessero spingere questi razzi. Ma in realtà l'articolo, diciamo, pure aveva preso un bel granchio scientifico, mostrando semmai di ignorare il terzo principio della dinamica di Newton, che è quello che riguarda azione e reazione, no? Se gonfiamo un palloncino e lo lasciamo andare senza chiuderlo, il palloncino schizza via, ma non vola perché l'aria che esce spinge contro l'aria che è nella stanza. Vola via perché la massa d'aria espulsa in un verso genera una forza uguale e contraria sull'involucro del palloncino e quindi va nel verso opposto. È un po' lo stesso principio del rinculo del cannone, no? Quando la palla del cannone viene sparata in avanti, il cannone viene spinto all'indietro e non importa se intorno c'è l'aria oppure c'è il vuoto. Questa tua precisazione mi fa percepire che anche tu sei un po' permaloso, te la sei presa col New York Times che comunque fece amenda solo nell'estate del 1969, quando, insomma, eravamo lì lì vicini al primo allunaggio, quello dell'Apollo 11, e in un trafiletto si leggeva che citiamo "ulteriori indagini ed esperimenti hanno confermato le scoperte di Isaac Newton nel XVII secolo ed è ora acclarato in modo definitivo che un razzo può funzionare nel vuoto, così come nell'atmosfera." Il Times si scusa per l'errore. Tanta. Ecco. Oggi abbiamo pressoché quotidianamente la dimostrazione che Goddard ci aveva visto giusto. Solo l'anno scorso sono stati lanciati più di 300 razzi spaziali e si continuano a battere record nel trasporto di oggetti in orbita, compresi quelli che servono agli astronauti e alle astronaute sulla Stazione Spaziale Internazionale. E chissà se aveva pensato anche a questo Goddard quando da piccolo si arrampicava sul suo ciliegio.
Prima di salutarci, salutiamo Andrea, che è un giovane ascoltatore di "Ci vuole una scienza", ha 10 anni e ci ha scritto una bellissima email, ci ha detto che frequenta la quinta elementare e ci ha fatto sostanzialmente due domande. Bravo Nico! Una più di biologia e una più di spazio, ovviamente. Bravo Andrea, dà soddisfazione a entrambi. Esatto. E allora grazie Andrea, intanto, e iniziamo da quella di biologia e la chiediamo a Moutino, a chi se no. Ci dice Andrea: "Volevo sapere, a cosa servono i capezzoli ai maschi?" Eh, beh, bella domanda, Andrea. Pensa che questa stessa domanda la facevano tante volte anche al grande biologo evoluzionista Stephen J. Gould, che in un articolo pubblicato nel 1993, che poi è finito in una raccolta di racconti chiamata "Bravo Brontosauro", che ti consigliamo di leggere magari tra qualche anno, scriveva proprio: "Ho ricevuto più di una dozzina di richieste di spiegazione su come l'evoluzione possa aver prodotto una struttura così inutile." E quindi la domanda di Andrea, su, a che cosa servono è, in effetti, sensata, d'altronde uno dice "Ma a che cosa servono i capezzoli ai maschi se i maschi non allattano?" Eh, infatti. E la risposta breve è: "A niente." Oh! Non servono a niente, ma proprio perché non servono a niente, ci hanno aiutato a capire qualcosa di come funziona l'evoluzione. Seguitemi. Seguiamola, andiamo. Nei primi giorni di gestazione, quindi quando inizia a formarsi l'embrione, gli embrioni maschili e femminili sono sostanzialmente uguali. Poi, man mano che passa il tempo, si attivano dei geni che dirigono lo sviluppo e portano alla formazione sia delle diverse strutture, gli organi, le ossa, insomma, tutte quelle cose che caratterizzano un organismo, ma anche delle differenze tra maschi e femmine. Ok, quindi possiamo dire ci sono delle celluline, ci sono quelle che poi faranno i maschi, quelle che poi faranno le femmine e per un po' sono uguali, poi iniziano a differenziarsi. Sì. Esatto. Ok. E le ghiandole mammarie iniziano a svilupparsi abbastanza presto. Per cui quando si attivano quei geni che dirigono verso lo sviluppo maschile, oppure verso lo sviluppo femminile, eh, loro sono già lì, insomma, la struttura di base per i capezzoli, di fatto, c'è già. Quindi, possiamo dire che i capezzoli dei maschi non è che vengono aggiunti, per cui non è che viene aggiunta una cosa inutile. E però son già lì, non servono a niente, però non fanno neanche un danno, non consumano energia, insomma, quindi son sta lì, stan lì dove li metti, stanno e quindi continuano a starci. E l'evoluzione a volte funziona anche così. Esatto. E infatti, non sempre deve esserci un motivo. Esatto. Ma Andrea, dicevi, ha fatto anche un'altra domanda. Tra l'altro molto più ampia, tre righe rispetto a una per me, quindi adesso ve la ve la leggo. Ed era più facile da chiedere. Dice: "Quanto carburante serve per un razzo spaziale?" anche messo l'emoticon del del razzo "e come si può mettere all'interno di esso?" "E quando magari finisce il carburante e tu non sei ancora in orbita, eh, che cosa succede? E se non riesci, insomma, come puoi intervenire?"
È un'ottima domanda, Andrea. Allora, forse qualcosina l'hai anche intuita ascoltando il blocco precedente su Goddard. Allora, all'interno del razzo, di solito, poi dipende se sono a stato solido o a stato liquido, l'abbiamo visto prima, immaginiamoci quelli a stato liquido. Ci sono due camere molto grandi, due grossi serbatoi all'interno dei quali stanno una sostanza che deve bruciare e l'ossigeno che poi l'aiuterà a bruciare. Goddard c'aveva messo la benzina, adesso si utilizzano diverse altre sostanze, compreso anche l'idrogeno allo stato liquido, anche se scappa da tutte le parti, quindi non è facilissimo tenerlo all'interno del razzo. Alcuni razzi hanno questi serbatoi che sono isolati dal resto della struttura del razzo. In altri casi, invece, è lo stesso razzo, no, che è questo cilindro a poter contenere direttamente queste sostanze e così risparmi sul peso, che è sempre un po' la cosa più complicata da fare per arrivare poi nello spazio. Queste due cose si combinano fra di loro, fanno la reazione, come raccontavamo anche nel blocco di prima, e il razzo può partire e andare verso lo spazio. Quanto ne serve? E ne serve tantissimo, tra il 90 e il 95% dell'intera massa di tutto il razzo, quindi immaginati la macchina con cui ogni tanto vai in giro, pensa di riempirla completamente di benzina, tutta, l'abitacolo eccetera e tu devi stare sul tettuccio. Eh, c'è tanto spazio. Più o meno in questo modo. È tantissimo e quindi di solito ci sono anche degli ingegneri che fanno tutti i calcoli per evitare che non sia sufficiente per arrivare fino all'orbita, no? Fino al posto dove devi arrivare fuori dall'atmosfera terrestre. Se si sbaglia il calcolo, se qualcosa va storto, se il razzo perde o quant'altro, ebbene, vuol dire che non riuscirà ad arrivare oltre l'atmosfera terrestre e quindi a collocarsi in orbita, in una posizione stabile, diciamo, e ricadrà sulla Terra, perché alla fine ricade sempre tutto verso la Terra. Ci sono diversi sistemi di sicurezza per evitare che questo succeda quando ci sono delle persone sopra i razzi, compresi dei mini razzetti che si attivano e separano la parte dove stanno gli astronauti per evitare, ovviamente, che ci sia un disastro, quindi si può intervenire e ci sono diversi sistemi di sicurezza.
Grazie Mignetti, anzi, grazie milioni, come come ci ha scritto Andrea, perché effettivamente ho capito anch'io questa volta. Vedi, sei debitrice ad Andrea di 10 anni che salutiamo tantissimo, e salutiamo anche la sua famiglia che evidentemente ha un abbonamento al Post. Ogni tanto Mignetti ci scrivono per chiederci se vogliamo fare una versione kids per bambini di ci vuole una scienza, eh? Chissà, chissà. Eh, vero? Chissà. Magari un giorno vedremo. Intanto, appunto, Andrea ci ha potuto scrivere alla nostra mail che è ci vuole una scienza@ilpost.it. Potete farlo anche voi, sentitevi invitati a farlo, non soltanto per scriverci domande e curiosità, ma anche per farci dei complimenti, siamo sempre contenti quando li riceviamo. Sì, sì. E ovviamente, anche se avete delle critiche o magari siete super esperti di tungsteno e volete aggiungere qualcosina, siamo qua ad ascoltarvi, tutte e tutti. Vi ricordiamo che se volete potete regalare questa puntata a chi non ha un abbonamento al Post. C'è un tastino fatto a forma di regalino che trovate proprio sotto la puntata sulla app e che farete felice qualcuno, sicuramente. E allora, grazie e abbiamo detto veramente tutto e ci sentiamo venerdì prossimo. Ciao. Ciao.